fra le dita l’incanto

Per fare un albero ci vuole un fiore, così scriveva Gianni Rodari, in una famosa filastrocca che ben illustra quanto le cose siano tra loro legate, quanta complessità sia in ciò che pare semplice, quanta ricchezza in ciò che pare povero.
Oltre la ruvida opacità della superficie c’è da scoprire tutto un mondo, una profondità, un calore. Anche in un pezzo di legno palpita un microcosmo di piccoli segni e sfumature, che ne raccontano le qualità e le caratteristiche, la storia e le avventure; un mondo di tessiture, di venature, di marezzature che ne disegnano la mappa rivelandone insieme la pienezza e la trasparenza.

Per fare un albero ci vuole un fiore, e tutto quel che la filastrocca racconta, e quel che lascia immaginare: il sole, l’aria, il mondo. Per fare quel pezzo di legno ci vuole  il miracolo del seme che germoglia, delle radici che si spingono nella terra, dei rami che si biforcano e s’allungano nel cielo. Ci vuole mezza tavola periodica degli elementi e la fotosintesi clorofilliana. Ci vuole un organismo capace di trasformare l’inorganico in organico, l’anidride in ossigeno, la luce in materia.

Ci vuole un albero che per una incalcolabile serie di cause crebbe in quel punto e in quel modo, che a svilupparsi impiegò tutta la vita e tutti gli anelli del tronco, qualche volta persino secoli, qualche altra favorito da condizioni ottimali, altre volte dovendo strenuamente lottare; una creatura capace di resistenza e sensibilità straordinarie, da una parte di opporre un’incredibile forza, dall’altra di sentire le minime variazioni del terreno e delle stagioni, del clima, della luna; forse persino della musica, delle stelle più lontane.

 

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