lignum vitae

il fruscio di un coperchio che scorre

 Per fare un albero ci vuole un fiore, così scriveva Gianni Rodari, in una famosa filastrocca che ben illustra quanto le cose siano tra loro legate, quanta complessità sia in ciò che pare semplice, quanta ricchezza in ciò che pare povero. Anche un pezzo di legno può essere generoso di molta meraviglia, di molti doni e piaceri, quando lo si osservi generosamente, quando fra i rami dei nostri pensieri a a sbocciare siano la curiosità e l’attenzione, il piacere di cercare, di spingersi oltre.
Oltre la ruvida opacità della superficie c’è da scoprire tutto un mondo, una profondità, un calore. Anche in un pezzo di legno palpita un microcosmo di piccoli segni e sfumature, che di quel pezzo e dell’albero da cui viene raccontano le qualità e le caratteristiche, la storia e le avventure; un mondo di tessiture, di venature, di marezzature che ne disegnano la mappa rivelandone la pienezza e la trasparenza.

Per fare un albero ci vuole un fiore, e tutto quel che la filastrocca racconta, e quel che lascia immaginare: il sole, l’aria, il mondo. Per fare quel pezzo di legno ci vuole  il miracolo del seme che germoglia, delle radici che si spingono nella terra, dei rami che si biforcano e s’allungano nel cielo. Ci vuole mezza tavola periodica degli elementi e la fotosintesi clorofilliana. Ci vuole un organismo capace di trasformare l’inorganico in organico, l’anidride in ossigeno, la luce in materia.

Ci vuole un albero che per una incalcolabile serie di cause crebbe in quel punto e in quel modo, che a svilupparsi impiegò tutta la vita e tutti gli anelli del tronco, qualche volta persino secoli, qualche altra favorito da condizioni ottimali, altre volte dovendo strenuamente lottare; una creatura capace di resistenza e sensibilità straordinarie, da una parte di opporre un’incredibile forza, dall’altra di sentire le minime variazioni del terreno e delle stagioni, del clima, della luna; forse persino della musica, delle stelle più lontane.

È di questo legno e di quell’albero che sono fatte le cose di legno. Fu stormire di fronde anche una tavoletta, anche il suo risuonare al colpo di nocca, anche il fruscio di un coperchio che scorre.

Proprio per illuminare quelle superfici riduco al minimo la presenza di asperità e irregolarità, così come di qualunque orpello e intervento sia solo grazioso. L’unica decorazione presente nei miei lavori  vorrei fosse quella che ogni pezzo ha in sé, nella sua essenza. Da qui la ricerca dei legni e dei loro punti più interessanti, la ricerca della massima nettezza nel taglio, nella giunzione, nella levigatura, perché le dita e gli occhi possano andare senza inciampi. Da qui anche la mia predilezione per la tinta naturale del legno, che non ha bisogno di niente per essere bella, se non di luce che la illumini. E per i coperchi che non hanno bisogno di niente per essere aperti: né ferramenta né complicazioni, solo una delicata pressione, una carezza.

Aprire cassetti e scatole per la curiosità di vedere cosa contengano è uno dei primi piaceri dell’infanzia. Il fatto che una scatola possa essere aperta e richiusa è legato a bisogni e desideri originari, quello di dividere le cose, per esempio, di assegnare loro un posto, di raccoglierle, ordinarle, proteggerle, di preservarle dalla furia del caos, dall’invadenza del divenire, dall’usura del tempo. Di poter comunque dominare la realtà, di contenerla e guidarne il flusso, di decidere cosa sì e cosa no, cosa dentro e cosa fuori. E di sentirsi raccolti, ordinati, protetti, insieme agli oggetti e nelle scatole in cui ci si proietta. Resta che netti e stabili confini fra il dentro e il fuori non esistono, tutto è aperto e comunica con tutto. È la verità di ogni coperchio: il vuoto solo apparente di una scatola vuota, il vuoto in cui meglio risuona la pienezza del nulla.